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DEL DISINCANTO - risultato scenico del laboratorio per un teatro del grottesco.

Pinuocchio

Pinuocchio

di Rosario Palazzolo
con
 Monica Andolina, Mario Barnaba, Vito Bartucca, Annalisa Brucoli, Luca Carbone, Antonella Di Gangi, Emiliano Favata, Gaspare Giaramita, Lusiana Libidov, Antonio Lo Bue, Sandro Messina, Roberta Petralia, Chiara Pulizzotto, Nicola Scalici, Francesca Vaccaro, Chiara Violante, Chiara Virga.
costumi, scene e regia
 Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo
aiuto regia
  Monica Andolina
musiche originali  Francesco Di Fiore
realizzazione costumi  Anna Maria Salerno
organizzazione  Tiziana Giordano

 

“A tutti quelli che sognano un mondo migliore di questo, perché continuino soltanto a sognare”

Con questa frase ambigua e un po' provocatoria, Rosario Palazzolo introduce le pagine del  Pinuocchio , un indizio della destinazione d'arrivo per i lettori, un avvertimento.

Pinuocchio  è un testo crudele che gioca col modello collodiano, amplificandone l'ambito grottesco, utilizzando il dialetto siciliano per dire ciò che c'è da dire di questo oggi – il nostro – sprofondato in un cinismo consapevole, sottomesso a valori che hanno smesso di valere qualcosa, e che annaspano dentro il pantano del proprio sudiciume morale. E con l'invenzione di una lingua – un italiano visionario e sgrammaticato – si fa simbolo della spietatezza contemporanea.

Racconta di una società feroce che ha annullato qualsiasi differenza in nome di una globalizzazione culturale meschina e violenta, una società organizzata in tre gruppi che si dividono lo spettro delle categorie umane: ci sono gli  Ueducatori , coloro i quali plasmano le coscienze, insegnando il dispregio, l'intolleranza, l'acrimonia. I  Tuiranni , che di quelle coscienze si prendono gioco, punendo chiunque scelga un percorso differente. E gli  Uindecenti , infine, che subiscono le angherie, gli ultimi, le ruote del carro di una società che non ha più un carro, che ha smesso di figurarsi un percorso, di assicurarsi un arrivo, che è sempre alla ricerca spasmodica di qualcuno da sottomettere, una società fondata sul potere coercitivo del più forte, del più furbo, del più ricco: gli unici che hanno trovato il modo di garantirsi un domani.

Pinuocchio  intende raccontare di un futuro prossimo, per nulla ipotetico, dove non esiste più alcuna libertà d'azione, dove ogni cosa è stabilita da un potere che massifica, ingloba, divora l'individuo. Un futuro già tracciato che cancella ogni traccia di sé, perché i posteri – se mai questa  Suocietà dei Baluocchi  possa prevederne – faranno sicuramente a meno della storia.

C'è il marciume di ogni rituale fine a se stesso. C'è l'inesistenza di qualsivoglia spiritualità. C'è l'ignoranza. C'è la depravazione culturale, soprattutto. L'italiano non sarà italiano, sarà la lingua dell'immoralità. Modificata e modificabile. Scevra da regole. E per questo si è optato per una deformazione fantastica: le U che diventano il segno tangibile dell'infausto, gettate dentro le parole come un morbo, un indizio scompigliato e insieme ineccepibile di una cultura dinamica, ma povera di movimento. E poi l'utilizzo scombinato dei verbi, la sintassi che s'arrotola su improbabili rovesciamenti, la fantasmagoria degli aggettivi. Il tutto, per dire ciò che stiamo diventando. Ciò che diventa la società quando l'unico mezzo per dire le cose, diviene il non dirle, il mistificarle, il capovolgerle. Il dialetto invece sì, sarà diletto. Rappresenterà la lingua della coscienza: un palermitano vero, privo di depravazione, rarefatto e indulgente, e per questo plasmabile. Ignorante di un'ignoranza che diviene stupidità, pressappochismo, negligenza. E infine, l'ironia, l'unica salvezza possibile, lo scarto che ci assicura all'umanità. Perché  Pinuocchio  è anche uno spettacolo comico, certe volte esilarante. Un comico bizzarro, per il vero, surreale e rocambolesco, che nulla toglie alla drammaticità delle tematiche. Come se col ridere non si potesse che soffrire.