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Manichìni

di Rosario Palazzolo 

Trilugia dell'impossibilità
Quarto atto: L'impossibilità di essere

con Monica Andolina, Delia Calò, Anton Giulio Pandolfo, Chiara Pulizzotto
musiche originali ed effetti sonori Vincenzo Biondo
disegni di scena Giuseppe Buzzotta
oggetti di scena Luca Mannino
disegno luci Toni Troìa
regia Rosario Palazzolo
produzione Compagnia del Tratto
con la collaborazione di Teatrino Controverso

Progetto finalista Premio Kantor 2010


Bisogna liberarsi della logica, per essere qualcosa.

A quelli che pretendono di sconfinare,
che muoiono o uccidono per sconfinare,
che dicono Sconfinare ogni volta che possono,
a quelli che non sanno semplicemente variare i confini.

Ognuno, in effetti, è ciò che è,
ciò che è sempre stato,
ciò che, in effetti, non sarà mai.

Quarto atto della Trilugia dell'impossibilità, Manichìni è uno spettacolo rocambolesco e allucinato. È la parola tormentata di chi ha smesso di dare valore alle parole, prediligendo il mascheramento, l'immobilismo del pasto garantito, l'iperbole del buon senso. È il non essere, la sua irrimediabile impossibilità. È un eterno sconfinare l'accidente, l'immiserimento del potenziale immaginativo delle variabili. È la mistificazione e il travestimento, il colore sopra il colore, la santificazione dell'idiozia. Ma è anche il contrario di tutto questo, nello stesso istante medesimo. Perché Manichìni è soprattutto una battaglia inutile. La riluttanza contro la sollecitudine. L'insormontabile in faccia al desiderio. È una specie di frastuono fine a sé, un frastuono sensato.

Il titolo Manichìni è polivalente. Si riferisce senz'altro alla presenza in scena di cinque pupi , diversi nella forma ma identici nel contenuto. Si riferisce anche all'inesorabile immobilità delle quattro personaggi – la Madre, la Moglie, la Donna e Lei – ingabbiati dentro una morale corrotta che ha però una forza dirompente; una morale che proibisce alternative valide, scorci di fuga, obbligandole a essere ciò che sono, ciò che non sono mai state. E Manichìni significa anche altro, si tramuta in ossimoro di se stesso, divenendo letteralmente Mani piene . Ovvero, espone fino al ridicolo l'atteggiamento di chi crede che ogni esistenza possa essere vissuta appieno, col respiro corto di chi ha sempre qualcosa da sperare. E per ultimo, Manichìni ha un valore fortemente critico. Tenta di smascherare ciò che siamo diventati: spettatori di una contemporaneità che ci ha reso inesorabilmente colpevoli, assai prima di una qualsiasi colpa, e senza alcuna possibilità di rimediare. Perché, sebbene l'esistenza stia sempre lì, fuori dalle logiche che le imponiamo, a osservare ciò di cui non siamo capaci, di solito non riscatta un bel niente. Anzi svergogna, deride, fa il conto dei vivi e dei morti. Dei morti e dei morti. Dei morti.

La Trilugia dell'impossibilità ha una poetica tesa all'annullamento di qualsiasi mera consolazione. Intende raccontare una realtà priva di conforto, che porti però a una presa di coscienza, a una rivoluzione dell'agire; propone storie vorticose e fortemente simboliche, spesso farneticanti e ossessive, che costruiscono verità cagionevoli, che zoppicano nel tentativo di imporsi al potere, per poter essere qualcosa. È una sorta di percorso, quello della Trilugia , un percorso impercorribile, ma comunque opportuno, necessario. La Trilugia dell'impossibilità è una specie di bivio. Con nessuna uscita.

Spesso mi si chiede cosa possa voler dire una trilogia con quattro atti. Domanda inutile, oltre che scontata. Presuppone la tendenza del mio interlocutore a vedere un mondo quadrato, ed è proprio ciò che la Trilugia tenta di scongiurare.

Rosario Palazzolo


Milano, CRT Teatro dell'arte, per la Kantoriana, 4 dicembre 2010 (studio)
Milano, CRT Teatro Salone, dal 10 al 16 novembre 2011
Savona, Cantina Teatrale dei Cattivi Maestri, 18 e 19 novembre 2011

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Intervistaintervista di myStarLiveTV

 

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