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Manichìnidi Rosario Palazzolo Trilugia dell'impossibilità con Monica Andolina, Delia Calò, Anton Giulio Pandolfo, Chiara Pulizzotto Progetto finalista Premio Kantor 2010 A quelli che pretendono di sconfinare, che muoiono o uccidono per sconfinare, che dicono Sconfinare ogni volta che possono, a quelli che non sanno semplicemente variare i confini. Ognuno, in effetti, è ciò che è,
ciò che è sempre stato, ciò che, in effetti, non sarà mai. Quarto atto della Trilugia dell'impossibilità, Manichìni è uno spettacolo rocambolesco e allucinato. È la parola tormentata di chi ha smesso di dare valore alle parole, prediligendo il mascheramento, l'immobilismo del pasto garantito, l'iperbole del buon senso. È il non essere, la sua irrimediabile impossibilità. È un eterno sconfinare l'accidente, l'immiserimento del potenziale immaginativo delle variabili. È la mistificazione e il travestimento, il colore sopra il colore, la santificazione dell'idiozia. Ma è anche il contrario di tutto questo, nello stesso istante medesimo. Perché Manichìni è soprattutto una battaglia inutile. La riluttanza contro la sollecitudine. L'insormontabile in faccia al desiderio. È una specie di frastuono fine a sé, un frastuono sensato. Il titolo Manichìni è polivalente. Si riferisce senz'altro alla presenza in scena di cinque pupi , diversi nella forma ma identici nel contenuto. Si riferisce anche all'inesorabile immobilità delle quattro personaggi – la Madre, la Moglie, la Donna e Lei – ingabbiati dentro una morale corrotta che ha però una forza dirompente; una morale che proibisce alternative valide, scorci di fuga, obbligandole a essere ciò che sono, ciò che non sono mai state. E Manichìni significa anche altro, si tramuta in ossimoro di se stesso, divenendo letteralmente Mani piene . Ovvero, espone fino al ridicolo l'atteggiamento di chi crede che ogni esistenza possa essere vissuta appieno, col respiro corto di chi ha sempre qualcosa da sperare. E per ultimo, Manichìni ha un valore fortemente critico. Tenta di smascherare ciò che siamo diventati: spettatori di una contemporaneità che ci ha reso inesorabilmente colpevoli, assai prima di una qualsiasi colpa, e senza alcuna possibilità di rimediare. Perché, sebbene l'esistenza stia sempre lì, fuori dalle logiche che le imponiamo, a osservare ciò di cui non siamo capaci, di solito non riscatta un bel niente. Anzi svergogna, deride, fa il conto dei vivi e dei morti. Dei morti e dei morti. Dei morti. La Trilugia dell'impossibilità ha una poetica tesa all'annullamento di qualsiasi mera consolazione. Intende raccontare una realtà priva di conforto, che porti però a una presa di coscienza, a una rivoluzione dell'agire; propone storie vorticose e fortemente simboliche, spesso farneticanti e ossessive, che costruiscono verità cagionevoli, che zoppicano nel tentativo di imporsi al potere, per poter essere qualcosa. È una sorta di percorso, quello della Trilugia , un percorso impercorribile, ma comunque opportuno, necessario. La Trilugia dell'impossibilità è una specie di bivio. Con nessuna uscita. Milano, CRT Teatro dell'arte, per la Kantoriana, 4 dicembre 2010 (studio) |
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