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Masculiata

di e con Monica Andolina, Delia Calò e Giada Robbiano
musiche a cura di Valeria Di Matteo

Progetto finalista a Premio Scenario 2009

Masculiata è uno spettacolo grottesco e visionario. In una società del futuro, il potere decide ogni cosa, annullando ogni diversità, stabilendo persino la sessualità degli individui. Nessuna donna, nessuna possibilità di ribellarsi. Un luogo, invece, popolato solo da "masculi", da uomini cioè (o da donne "masculiate") che fanno della coercizione l'unico mezzo di comunicazione in una società paranoica e vaneggiante.
Tre i personaggi: Austì e Totò (due donne "masculiate"), e Curò (una donna che sta per essere "masculiata"), in un luogo che ha smesso di rivelarsi, celebrano un rituale sghembo, 'U leva sapuri . Un rituale imposto che occorre a perpetuare la stoltezza e a privare gli individui di qualsiasi libertà. Un quarto personaggio è rappresentato da una radio, ovvero il potere ( Iddi ); un potere che determina ogni azione servendosi di alcune strofe di una canzone napoletana (scritta appositamente per lo spettacolo).
Masculiata intende raccontare un futuro prossimo (sempre meno fantascientifico), dove non esiste più alcuna libertà d'azione, dove ogni cosa è stabilita da un potere che massifica, ingloba, divora l'individuo e le sue differenze. Un futuro senza alcuna speranza o consolazione o via di fuga o possibilità di svolta o ipotesi risolutiva. Un futuro maledetto, miserabile e accanito. Un futuro che minaccia il futuro a venire di altra noia, altro nulla, altra guerra; un futuro che è già al passato prima di essere al presente, un futuro trascorso. Il riassunto delle puntate precedenti. Un futuro imbarazzante, rinchiuso in se stesso, incartato, un futuro consapevole di ogni vergogna; un futuro che, nonostante tutto, tira al futuro. Se inizialmente parrà confortante la figura antagonistica di Curò (colei che, con un'improbabile rivoluzione, ha inteso sconvolgere l'evoluzione dei fatti), il finale restituirà l'impossibilità di un qualsiasi sovvertimento. Tutto rimarrà immoto. Il futuro resterà un'utopia, sarà solo il frutto del pensiero benpensante, che vorrebbe scorgere la speranza persino nella più certa disperazione.
Le tematiche dello spettacolo, sebbene di matrice pinteriana, intendono raccontare un oggi che più oggi non si può. Il marciume di ogni rituale fine a se stesso. L'inesistenza di qualsivoglia spiritualità. L'ignoranza. La depravazione culturale. E tenterà di farlo con le armi dell'ironia, con uno stile che sia al contempo estemporaneo e articolato, realistico e stravagante.
Infine, una considerazione: la lingua utilizzata non farà sconti di sorta, sarà vivida e popolare, un palermitano violento e realistico dal ritmo ossessivo, che toglie il fiato. Ciò per favorire un'iniziale reazione di estraneità da parte del pubblico, che via via vorremmo venisse risucchiato nella storia, riconoscendovi il plausibile futuro di ognuno. È una scelta estrema, ne siamo ben convinte, ma necessaria, crediamo. Perché, se è vero che certo teatro fa incetta della realtà, è altrettanto vero che certa realtà fagocita ogni tentativo di renderla teatralizzabile. Fine della considerazione.

 
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